Roma 1960: un campione sovietico nella città di Pasolini

Pasolini Kapitnov


Il nucleo raccoglie un numero di Vie Nuove del 10 settembre 1960, con l’articolo di Pier Paolo Pasolini dedicato a Viktor Kapitonov, campione olimpico sovietico nella prova individuale di ciclismo su strada, e una fotografia dal servizio originale.

Il titolo, Tradì i pattini per la bicicletta, sposta subito il pezzo fuori dalla cronaca sportiva ordinaria: Kapitonov non è soltanto il vincitore di una gara, ma una figura che permette a Pasolini di intrecciare sport, corpo e origine sociale [1].

Alle Olimpiadi di Roma del 1960 il ciclismo italiano domina quasi tutto il programma, ma nella prova individuale su strada si impone Kapitonov, davanti all’italiano Livio Trapè e al belga Willy Vanden Berghen. La gara, disputata il 30 agosto sul circuito di Grottarossa, diventa così anche un piccolo episodio simbolico: nel cuore dell’Olimpiade romana, un atleta sovietico irrompe in una disciplina popolare e profondamente radicata nell’immaginario nazionale.

Pasolini è attratto anche da un altro elemento: il non professionismo sovietico. Kapitonov non gli appare come un campione separato dalla vita comune, costruito dall’apparato spettacolare dello sport, ma come un atleta dilettante ancora legato a una condizione concreta. In questa distanza dal professionismo, Pasolini riconosce qualcosa che gli interessa: una forma di purezza fisica, di disciplina non mondana, di appartenenza sociale ancora leggibile nel corpo.

Non è casuale che egli insista sulla fisionomia di Kapitonov. Nel ciclista sovietico Pasolini riconosce un volto friulano, contadino: una somiglianza che apre immediatamente un cortocircuito personale. L’atleta venuto dall’URSS non può non ricordare il suo Friuli, la sua memoria rurale, ma anche la bicicletta come esperienza concreta di attraversamento: strade, paesi, corpi giovani, fatica, paesaggi periferici.

Il momento decisivo del servizio arriva però quando l’intervista esce dallo spazio olimpico. L’allenatore Scelesnev chiede di visitare Roma; ci si aspetterebbero i monumenti, la città antica, la capitale esposta allo sguardo internazionale. Pasolini, invece, li porta alla Borgata Gordiani, lungo la Prenestina. Il paradosso è rivelatore. A un campione olimpico e alla sua delegazione sovietica non viene mostrata la Roma ufficiale dei Giochi, ma la Roma viva, marginale, popolare, quella che Pasolini considera più vera della scenografia celebrativa.

Lì Kapitonov viene accolto e festeggiato dai ragazzi della borgata che “gli si raccolgono intorno, festosi, nei loro eleganti stracci di malandrini". La vittoria olimpica viene assorbita in una festa immediata, familiare. Pasolini coglie in questo incontro un materiale più importante della cronaca: il contatto tra un atleta venuto da lontano e una Roma esclusa, infantile, curiosa, ancora disponibile alla gioia.

“Quante cose ci sarebbero da dire…” conclude Pasolini. Il servizio avrebbe potuto chiudersi sul ciclismo, sulla vittoria, sulla figura del campione. Invece si apre, come spesso accade in Pasolini, verso altro. È l'occasione per tornare alla vita reale della borgata: alla sua lingua, ai suoi corpi, ai suoi ragazzi, alla sua capacità di trasformare anche un episodio olimpico in una scena di riconoscimento popolare.

Note

[1] L’articolo è attestato anche nel fondo Pasolini del Gabinetto Vieusseux come ritaglio di Vie Nuove, XV, 10 settembre 1960, con il titolo Tradì i pattini per la bicicletta e indicazione “Intervista a Viktor Kapitonov”. La collaborazione di Pasolini con Vie Nuove nasce nel 1960 per iniziativa di Maria Antonietta Macciocchi, allora direttrice del settimanale comunista. Da questa scelta nascono diversi articoli e i Dialoghi con Pasolini, pubblicati su Vie Nuove dal 1960 al 1965.